L’arrivo di una cucciola di Rough Collie alla Casa dell’Angelo non è solo l’ingresso di una nuova "figlia del cielo" tra noi, ma una lezione vivente di antropologia. In questo scritto, esploriamo come la gioia immanente di Luce ci aiuti a superare la prigione dell'io solipsistico per riscoprire la nostra vera funzione: quella di custodi del creato.
Dalla distinzione tra l'affetto istintivo e l'amore consapevole, emerge un ritratto dell'essere umano definito non dalla forza, ma dalla capacità di pianificare la bellezza e la realizzazione dell'altro. Un invito a guardare al Cosmo come a un sistema ordinato dalla Provvidenza, dove ogni incontro — anche quello con una creatura che vive nell'eterno presente — certifica la nostra presenza nel tempo attraverso l'atto della cura.
Da poche settimane una cucciola di rough colie è venuta a stabilirsi qui alla casa dell'Angelo. E' una figlia del cielo come "i gigli del campo che non faticano e non filano ma che vestono meglio di Salomon", come "gli uccelli del cielo che non seminano, né mietono, né ammassano nei granai che però vengono nutriti dal Padre nostro celeste". Luce, questo è il suo nome, vive serena e dona continuamente il suo dolcissimo carattere: ogni incontro, per lei, è una festa grandissima! Scodinzola, cerca immediatamente le coccole dell'avventore, si dona all'incontro senza paura. E' come la luce: ti inonda, ti avvolge ti dona calore. I gigli del campo, gli uccelli del cielo, Luce, la luce con la l minuscola, fanno parte, insieme a noi, del creato.
Ogni partecipante a questo grande luogo spazio/temporale che si chiama universo o provvidenza ha caratteristiche proprie ma ve n'è uno che, a differenza di tutti gli altri, si caratterizza per la sua capacità di prendersi cura di altri esseri. Il nome di questo partecipante è: "essere umano".
Cosa vuol dire prendersi cure "di"? Il "prendersi cura di" comporta due momenti precisi:
- Autoconsapevolezza: prima di tutto, il soggetto che ama si percepisce come "persona" definita da un sistema di relazioni generative (Buber). Questa consapevolezza indica all'essere umano che il proprio io non è un io solipstico" ( l'"io solipsistico" descrive una condizione filosofica e psicologica in cui il soggetto (l'io) è considerato l'unica realtà che certifica il proprio esistere) ma è un "io" che esiste solo grazie "all'altro"; la distanza tra l'"io" ed il "tu" scompare e l'altro viene percepito colui che garantisce la mia presenza nel tempo.
- Dire che l'altro "garantisce la mia presenza nel tempo" vuol dire che noi non siamo consapevoli di noi stessi nel vuoto, ma ci riflettiamo negli occhi di chi curiamo. La cura è l'atto che distrugge la distanza tra l'io e il tu, rendendo l'esistenza un fatto condiviso e non più una monade isolata.
Definire l'essere umano come colui che sia in grado di "prendersi cura di" delinea una antropologia (una comprensione dell'essere umano stesso) dove l'uomo non è superiore agli altri esseri per intelligenza o forza ma per la funzione sacerdotale di custode del creato. Se i gigli e gli uccelli "sono" nella loro perfezione naturale, l'uomo "diventa" tale solo quando esercita l'autoconsapevolezza necessaria a servire la vita altrui.
Ho affermato che l'universo, coincide con la Provvidenza perché ogni incontro (anche quello con Luce) non é casuale, ma parte di una pienezza che permette di "vivere pienamente l'esperienza umana".
Altra caratteristica del "prendersi cura" è la necessità della piena realizzazione dell'altro attraverso azioni precise. "Realizzazione" significa un movimento verso il raggiungimento della bellezza che, come ho detto in un precedente articolo, è definita coerenza tra forma e logos, tra ciò che vediamo e razionalità espressa. Il cammino verso la realizzazione dell'altro richiede quindi una pianificazione delle azioni da compiere: io amo quando, consapevolmente, il motivo che mi spingere a vivere è la realizzazione del "tu" che mi definisce.
Prendersi cura di Luce (o del creato) vuol dire fare in modo che la sua forma di rough collie sia pienamente coerente con il suo "logos" di portatrice di gioia e luce.
Ora, è chiaro che Luce non abbia, sino a prova contraria, una "autoconsapevolezza" come quella umana ma ciò non preclude comunque che io la possa amare poiché per me, la sua ""realizzazione"" è fondamentale per affermare che tutti facciamo parte dello steso cosmo (cosmo = sistema ordinato ad un obiettivo).
Luce, dal canto suo, potrà al massimo dimostrare affetto ma non amore come quello umano: l'affetto che mi dimostra non è consapevole e quando l'affetto non è ordinato alla costituzione della bellezza non può essere detto "amore". Luce non è cosciente del "domani" inteso come possibilità d'azione.
Io amo Luce e lei mi vuole bene nel momento immanente dell'azione.
Se rispettiamo veramente gli animali, non diciamo più "sono meglio gli animali delle persone" solo perché gli animali mostrano affetto a chiunque. Dire una frase del genere vorrebbe dire obbligare Luce a donarmi ciò che non può donare. Io amo Luce proprio per questo sua costituzione semplice e genuina.
